
USA, anni ’20. Elmer Gantry (Burt Lancaster) è un piazzista dalla parlantina seducente e dall’indole ciarlatana, dedito ad una vita fatta di nomadismo e piaceri occasionali.
Imbattendosi in un comizio di revivalisti cristiani, si invaghisce della sua evangelista di punta sorella Sharon (Jean Simmons). Decide quindi di sposarne la causa religiosa con il solo scopo di sedurne la leader, avvalendosi delle proprie doti di venditore per vendere quel prodotto che sul mercato ha maggiore domanda. Vale a dire Dio stesso.
Dall’omonimo romanzo di Sinclair Lewis, “Il Figlio di Giuda” all’epoca della sua uscita (ma anche oggi) fu un dirompente e quanto mai lucido trattato sociologico sul fenomeno dei movimenti religiosi in quell’America di provincia dove spesso e volentieri hanno trovato terreno fertile.
L’operazione di Brooks non si lancia in semplici proclami anti-ideologici, ma struttura il discorso in tutta la sua complessità mettendo in risalto la natura contraddittoria della religione nella società americana, tra vera fede e opportunismo, tra carità e sete di denaro, tra purezza di intenti e speculazioni da parte di politici e mass media.
Contraddizioni e ambiguità incarnate proprio dal suo protagonista Elmer Gantry, un Burt Lancaster esplosivo e di adeguato istrionismo, uomo sgradevole ma al tempo stesso magnetico, scisso tra desiderio opportunista e sincera devozione spirituale. E così anche dai personaggi di contorno, come sorella Sharon, combattuta tra l’amore per Dio e l’amore terreno, e il giornalista Jim Lefferts (Arthur Kennedy), laico e fermo oppositore dell’avanzata prosetilista di Gantry ma al tempo stesso immobile di fronte alla sua ascesa.

“Il Figlio di Giuda” è una critica a tutto tondo di quella società americana bigotta e impressionabile, soggiogata da falsi profeti elevati facilmente a idoli delle masse, e con la stessa facilità affossati dalla collettività quando vengono rivelate le loro umane debolezze, poiché Dio non può essere umano e così i suoi profeti.
Brooks, in veste di regista e sceneggiatore, alterna una regia sobria a una sceneggiatura frenetica in cui risalta la potenza dei dialoghi, come arma e strumento di persuasione. Una scelta che forse paga una leggera prolissità all’interno del racconto, ma che comunque risulta efficace nell’obiettivo preposto.
52 anni dopo arriverà Paul Thomas Anderson con The Master a riproporre una lettura sull’argomento. Forse chissà quanto debitore a questo film.
“Signore, sono stato convertito cinque volte. Billy Sunday, il reverendo Biederwolf, Gypsy Smith e due volte dalla sorella Falconer. Mi sbronzo vergognosamente, e poi vengo a farmi salvare. L’una e l’altra cosa mi giovano moltissimo, tanto le sbornie quanto le confessioni.”